L’Italia ladylike di Alessandra Moretti

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Se Giuseppe Cruciani sta dalla parte di Rosy Bindi qualcosa vorrà pur dire. La Zanzara più irriverente della radio commenta con Formiche.net l’intervista di Alessandra Moretti, candidata del Pd a governatore del Veneto, a Corriere tv. Un’intervista tra lo choc e lo chic in cui l’europarlamentare renziana si autodefinisce “brava, intelligente e bella”, certifica lo stile “ladylike, che deve piacere” dell’era Renzi e critica lo stile della Bindi “che mortificava la bellezza”.

LADY LIKE?
“Ma che vorrà dire ‘ladylike’?”, si domanda innanzitutto Cruciani, obiettando come non ci si possa auto-attribuire l’intelligenza e la bravura: “Non si hanno prove di queste qualità, è incredibile che Alessandra Moretti si autodefinisca così”, dice il giornalista.

DALLA PARTE DI ROSY
“Sono lontano mille miglia da Rosy Bindi – spiega Cruciani a proposito del passaggio contro l’ex segretario democrat– ma le parole della Moretti verso di lei sono centomila volte peggio rispetto alla storica battuta di Berlusconi, “più bella che intelligente”, che tanto indignò a sinistra. Quella del Cavaliere era solo una battuta, più o meno riuscita, quella della Moretti ha la pretesa di essere una cosa seria e proviene da un’esponente dello stesso partito”. Ecco perché, secondo Cruciani, l’europarlamentare veneta avrebbe fatto meglio a stare zitta.

L’INEDITO
Ciò che è veramente inedito in questa intervista è “l’ostentazione della bellezza, l’esplicitare alcuni particolari come le meche o la ceretta – fa notare il giornalista – anche qui se una politica di Forza Italia avesse detto come ha fatto la Moretti che va dall’estetista una volta a settimana, l’avrebbero massacrata”.

LE COSE INTERESSANTI DELLA MORETTI
Bellezza sdoganata anche a sinistra dunque? “Non è che prima di Renzi non c’erano politiche belle anche a sinistra ma è chiaro che il presidente del Consiglio getta un occhio anche su questo aspetto”, chiarisce Cruciani, secondo cui Moretti comunque non sdogana nulla: “E’ una ragazza carina, non molto di più, l’intervista è bellissima perché batte sull’unica cosa veramente interessante che la riguarda: la sua vita privata. Del resto non mi pare sia ricordata per un’idea originale o una particolare proposta politica. Di lei, vengono in mente il suo paragone tra Bersani e Cary Grant e le sue litigate con Andrea Scanzi in tv”.

IN CAMPAGNA ELETTORALE PERMANENTE
Secondo il conduttore della celebre trasmissione su Radio24, l’impegno principale della Moretti è “stare in tv. Vive da tre anni in campagna elettorale permanente, prima con Bersani, poi con Renzi per l’europarlamento dove diceva che ‘il Pd deve mandare i migliori’ e ora, giusto perché l’Europa non deve essere utilizzata come un autobus, punta alla Regione Veneto”.

VENETO POCO LADYLIKE
Ma lo stile “ladylike” qui non funzionerà, secondo Cruciani: “Ho grandi dubbi che il nord-est si faccia affascinare dallo stile ladylike, qui le questioni sono altre e penso che il metodo della Moretti possa risultare addirittura respingente”.

Renzi e Di Maio, cronaca di uno streaming

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Tutto un altro film. Quello andato in scena oggi tra Pd e M5S è stato un round completamente differente rispetto ai tre precedenti incontri. Formiche.net lo ha analizzato insieme a Giovanni Laccetti, autore tv ed esperto di filosofia del linguaggio.

L’UMILTA’ DEI 5 STELLE

“Sembrava un dibattito cronometrato americano”, rileva lo studioso che ha notato cambiamenti nello stile comunicativo in entrambi gli schieramenti: “Molto più umile il M5S, Luigi Di Maio si conferma un ottimo comunicatore, non ci fosse stato Renzi si sarebbe ‘mangiato’ la delegazione del Pd”. Discreta performance anche per l’esperto di sistemi elettorali Danilo Toninelli “che si dimostra un buon tecnico”.

RENZI GUASCONE
“Meno slogan per Matteo Renzi che questa volta entra più nel merito della questione – spiega Laccetti – anche se non perde il suo stile da guascone che però piace al suo elettorato di riferimento”. La presenza del presidente del Consiglio fino all’ultimo è stata incerta ma “ha fatto benissimo ad andare perché è stato il protagonista assoluto, rendendo figurante la delegazione democrat. Il nome con cui ha ribattezzato la legge elettorale dei 5 Stelle, ‘Toninellum’, probabilmente da oggi entrerà nel gergo giornalistico, questa è una sua vittoria”.

UNA TRASMISSIONE TV

Il faccia a faccia ha posto di fronte due idee diverse di partito, “il partito personale vs. i portavoce dei cittadini – chiarisce l’esperto – ma in comune tra entrambi gli schieramenti c’era la consapevolezza che quello non fosse un vero incontro politico ma una trasmissione tv. Sia Renzi che Di Maio all’inizio del confronto si sono rivolti al pubblico a casa”.

SE CI FOSSE STATO GRILLO…

Certo, la mancanza di Beppe Grillo si è sentita parecchio, ammette Laccetti ma “il prossimo passaggio è verificare se l’evoluzione dei rapporti tra Pd e M5S si rifletterà anche in quelli tra i suoi leader Renzi e Grillo o se invece prevarranno il caos e l’aggressione verbale dello scorso febbraio”

Il segreto di Berlinguer

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L’ho studiato sui libri di scuola, e per la verità, neanche tanto. Eppure la storia di Enrico Berlinguer raccontata nel film di Walter Veltroni ha saputo commuovermi dalla prima all’ultima scena.

Non provo nostalgia per quegli anni lontani che non mi appartengono, non mi immedesimo nei “compagni del PCI”, non so quali e quanti errori il documentario contenesse. Eppure quell’uomo dai “vestiti grandi” che ho visto sullo schermo mi è arrivato al cuore. La sua passione per la politica, il suo combattere, letteralmente, fino alla fine, la sua ricerca della moralità, la sua empatia con le persone fanno parte forse di quel segreto che l’icona Berlinguer porterà sempre con sé. E che un “berlingueriano sentimentale” come la firma del Foglio Stefano Di Michele mi ha raccontato in questa intervista:

Niente maniche di camicie arrotolate, neanche in un comizio di luglio, mai battute spiritose, nessuna voglia di voler apparire simpatico a tutti i costi. Enrico Berlinguer non ha nulla dell’avanspettacolo a cui si è ridotta la politica oggi, nota un “berlingueriano sentimentale” come si definisce Stefano Di Michele, firma del Foglio, con un passato all’Unità e da simpatizzante – non pentito – del Pci.

TRISTE E TIMIDO
E’ quello sguardo triste e timido del segretario comunista il centro del docu-film di Walter Veltroni, “Quando c’era Berlinguer”, che Di Michele ha visto in anteprima in compagnia del regista stesso, di Diego Bianchi in arte Zoro e del critico cinematografico Alberto Crespi.“Praticamente una riunione di circolo”, ironizza in una conversazione con Formiche.net: “La cosa più bella del film non sono le interviste a personaggi autorevoli come Napolitano che si commuove o a Gorbaciov. Colpiscono le facce in bianco e nero di allora, la timidezza e lo stupore contenute in quella di Berlinguer, così poco teatrale, così vicina agli italiani raccontati daPaolo Conti, ‘quel naso triste da italiano allegro’”, spiega il giornalista che sta scrivendo un romanzo giallo proprio sulla figura dello storico segretario del Pci: “Berlinguer non era fatto per farti innamorare, non era spiritoso come i politici di adesso ma aveva un’empatia naturale difficile da spiegare a parole, che trascende la politica stessa”.

UNA MORTE EROICA
Berlinguer è diventato icona anche grazie alla sua morte, sul palco di un comizio a Padova nel 1984: “Lui che si accanisce per finire il discorso nonostante l’ictus in corso ha reso la sua morte ‘bella’ come scrisse Natalia Ginzburg perché avvenuta mentre parlava alla sua gente. Una morte eroica che l’ha in qualche modo eternizzato”.

IL TRIBUTO DI TUTTI
Un fascino e un rispetto che il leader sardo ha sempre avuto, non solo tra i compagni del suo partito, come dimostra il tributo di politici e giornalisti accorsi a vedere la prima del documentario e che ricorda altri giorni, fa notare Di Michele, giornalista e scrittore ora al quotidiano diretto da Giuliano Ferrara: “Veltroni è stato bravo ma stupisce che per un segretario comunista morto trent’anni fa si sia mobilitata la struttura dello Stato italiano. Sembrava, in maniera più gioiosa, la ripetizione dei funerali e il saluto che vollero portare al segretario persone totalmente diverse, da Monica Vitti a Giorgio Almirante”.

OLTRE LE POLEMICHE
Per questo le critiche suscitate dal film di Veltroni lasciano il tempo che trovano, secondo il giornalista del Foglio, Stefano Di Michele: “Chi se ne frega se non sono stati mostrati gli ultimi anni del Pci, non è una tribuna politica. Del resto, a mio avviso, con la morte di Berlinguer è cominciato a morire anche il partito. E sì, forse dal punto di vista di strategia politica, il tempo ha dato ragione ai miglioristi alla Napolitano e Macaluso, che volevano stringere un rapporto più stretto con il Psi, così come poi è avvenuto. Ma, mi dispiace per loro, il fascino e l’empatia stanno tutti dalla parte di Berlinguer”.

Generazione Renzi

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Matteo Renzi è il simbolo di una generazione messa ai margini, massacrata dalle scelte politiche sbagliate fatte in passato, ma che è in campo e su questo campo vuole fare bene. Ecco il segreto della popolarità del nuovo presidente del Consiglio secondo Giacomo D’Arrigo, 37enne “orgogliosamente siciliano”, direttore generale dell’Agenzia nazionale giovani e vicepresidente della Fondazione Big Bang Sicilia.

GENERAZIONE ERASMUS
Renzi la chiama “generazione Erasmus” e D’Arrigo la spiega così: “Questa generazione ha dalla sua parte strumenti e occasioni che le altre non hanno mai avuto: l’euro in tasca, i voli low-cost, la possibilità di visitare, studiare o lavorare in una città europea. Strumenti e occasioni nuove che permettono ai più giovani non soltanto di dirsi ‘europei’ ma anche di esserlo nel concreto con tutti i vantaggi che ciò comporta per i singoli e per le comunità”.

L’ITALIA CAMBIATA DAI RAGAZZINI
È “l’Italia cambiata dai ragazzini”, come l’ha definita l’ex presidente di Anci giovani in un libro: “C’è una vasta platea di under35 che ha enormi responsabilità amministrative e gestionali e che media, partiti e istituzioni trascurano. Renzi non è che l’esponente più noto ma ce ne sono tantissimi. È la più grande esperienza di volontariato civile diffuso ed è questo che sta cambiando l’Italia. Prendersi cura della propria comunità, nell’amministrazione o nell’associazionismo, cambia non solo la singola realtà ma il Paese”.

ORA IL SUD, OLTRE GLI SLOGAN
Questa è la nuova marcia che serve ancora al Mezzogiorno. Così a D’Arrigo poco importa che Renzi non abbia citato il Sud nel suo intervento in Parlamento: “Finora le citazioni non hanno fatto fare passi avanti. Basta accusare gli altri di trascurarci, di non capirci. C’è una grande responsabilità da parte della classe dirigente locale per le condizioni in cui versa il Mezzogiorno. Tocca a noi ora metterci sulla strada dell’innovazione. Detto questo, dopo Treviso, invito il Presidente del Consiglio a fare un’iniziativa anche nel sud del Paese. Anche senza annunci, come ha fatto a Lampedusa e per la Terra dei fuochi nei mesi scorsi. Conta la sostanza”.

UNA NUOVA FORMA
E lo stesso si può dire di tutte le polemiche che il nuovo stile del presidente del Consiglio in Aula ha suscitato: “Anche in passato si è parlato di rottura del protocollo, penso per esempio ai jeans di Bettino Craxi. La forma riflette ovviamente la nuova cifra renziana che può piacere oppure no. Ma concentriamoci sui contenuti”, chiede il dirigente renziano.

LA SCOMMESSA
Di questi, il presidente dell’Agenzia giovani ha apprezzato soprattutto l’orizzonte che si è dato il nuovo premier: “Se con Letta e Monti l’idea era quella di affrontare un’emergenza provvisoria, ora la prospettiva è quasi l’intera legislatura e questo è un elemento di forza”. Anche la squadra di Renzi contribuisce all’idea di un cambio di passo, al di là delle critiche: “Siamo un Paese curioso – fa notare – se ci sono volti nuovi, manca esperienza. Se non ci sono, non c’è il ricambio generazionale di cui ha bisogno l’Italia. Io credo che la squadra sia in linea con il rinnovamento che Renzi ha portato in politica”.

GRILLINI E “DEMOCRAZIA”
Di rinnovamento invece non si può parlare per quanto riguarda Beppe Grillo e il M5S, protagonisti nelle ultime ore di espulsioni e lacerazioni. Questo il giudizio del vicepresidente della Fondazione Big Bang Sicilia: “Se sei fuori da una qualsiasi organizzazione solo perché dissenti dall’opinione del capo, il problema è grande quanto una casa. Detto ciò, penso più ai tanti elettori che hanno scelto il M5S per cambiare le cose e si sono ritrovati in un castello di “no” costruito dal rifiuto di portare idee e proposte a concretizzarsi. Vogliono davvero questo?”

LA MIGLIORE CARTA
Si dice spesso che Renzi rappresenti l’ultima ancora di salvezza per l’Italia. Per D’Arrigo è “sicuramente la migliore carta che abbiamo. Spero che l’Italia non sprechi l’occasione di giocarla”.

FCA, il nuovo logo Fiat secondo Proforma

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La fusione di Fiat e Chrysler passa anche da un nuovo logo. Essenziale, minimalista, composto da tre sole lettere tutte maiuscole, FCA, che stanno per Fiat Chrysler Automobiles. Analizzato per Formiche.net da Miki De Benedictis, art director e designer dell’agenzia di comunicazione Proforma.

Quale il suo giudizio nel complesso sul nuovo logo?
Parliamo di grandissimi professionisti. Senza conoscere il brief, il contesto, i tempi, rischierei di esprimere giudizi superficiali. C’è poi un equivoco di fondo iniziale, che riguarda le finalità e i destinatari di questo marchio. Si tratta del logo di un gruppo aziendale: Fiat e gli altri marchi storici non scompariranno. La sua visibilità sarà per così dire limitata ai documenti ufficiali del gruppo. Difficilmente entrerà nell’immaginario dell’acquirente medio della Panda. Affermare che “Fiat cambia logo” è dunque sbagliato.

Ma centra l’obiettivo secondo lei?
Il compito di un marchio non è quello di descrivere un’organizzazione ma di evocarne lo spirito, la vocazione, i valori. Un lavoro per nulla facile. In questo senso potrei azzardare che se lo scopo era cercare di evocare i valori di solidità, forza, dinamicità, l’uso di caratteri inclusi in forme geometriche semplici, basiche, leggibili nel cosiddetto spazio negativo mi sembra, insieme alla scelta del carattere, una soluzione corretta.

Quanto c’è dello stile Marchionne in questo logo?
Forse una leggera “spigolosità del carattere”?

Sul web si sono scatenate le ironie per il doppiosenso che richiama l’acronimo in italiano. Effetto previsto o gaffe?
Gaffe limitata solo all’Italia. Non credo che “Ef Sii Eii” , così come presumibilmente verrà letto all’estero, rischi di scatenare il medesimo immaginario salace e goliardico. Non credo che l’effetto fosse previsto ma in ogni caso si tratta di un riferimento involontario a un articolo di grandissimo successo…

In questi anni Fiat si è concentrata molto sulla “brand awareness” con gadget con la scritta “Fiat”, come la felpa indossata da Lapo Elkann, icona di stile della famiglia. Il nuovo logo non rischia di creare confusione nel pubblico?
Non credo che verrà mai realizzato del merchandising con quel marchio per le ragioni che raccontavo all’inizio. I clienti dei diversi marchi lo incontreranno raramente, piccolissimo e in calce solo su alcuni documenti.

Non si rischia di perdere il simbolo della storia centenaria della Fiat e la centralità dell’Italia rispetto all’azienda?
Fiat insieme ad Alfa Romeo, Jeep, Lancia ecc. sono marchi leggendari. Sono la storia dell’automobile. Quale strategia di gruppo potrebbe pensare di rinunciarvi?

In questi anni, qual è stato il logo più bello a suo avviso?
Uno solo? Ce ne sono di meravigliosi. Il lavoro di Stephen Sagmaister e Jessica Walsh sulle identità cosiddette dinamiche, loghi mutevoli ma sempre riconoscibili, come il logo di EDP, una società energetica portoghese, o il logo realizzato alla fine degli anni ‘90 per la “Casa da Musica”, un Auditorium di Porto. I loghi dei maestri che continuano a ispirare per la loro semplicità e capacità comunicativa. La ricerca del segno essenziale, il segno capace al contempo di evocare lo spirito e i valori. Un intero mondo. Penso a Saul Bass, a Bob Noorda (il logo COOP, il logo ENI), Massimo Vignelli e tantissimi altri. Il logo più bello di sempre per me è però un logo mai utilizzato, forse perché non ben capito. Una delle proposte di Noorda per la metropolitana di Milano. La “M” sovrapposta ad un’altra identica riflessa. Il mondo sotterraneo della metro…

Il mio Natale senza luce

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Natale senza luce. No, non si tratta di una metafora ma la cronaca delle ultime 24 ore nei dintorni di Domodossola, una decina di chilometri dalla Svizzera. Un giorno iniziato con lievi fiocchi di neve dal cielo, perfetti per l’atmosfera di festa. Se non fosse che, con il passare delle ore, quella leggerezza si mischia alla pioggia, rendendo la neve particolarmente pesante. Ed ecco che in serata, mentre c’è ancora chi è intento a scambiarsi qualche regalo, l’elettricità si fa ballerina. Le case piombano nel buio e nel freddo. Paura e risate, candele recuperate chissà dove e torce nelle mani dei più previdenti.

Torna la luce, sospiro di sollievo. Ma è solo per pochi secondi. Il sistema non regge e succede così per molte volte per la gioia di pc, tv e di tutti gli apparecchi sensibili ai continui sbalzi di tensione. Meglio mettersi l’anima in pace e rifugiarsi sotto un piumone con la speranza che il mattino riporti, con la luce naturale, anche quella artificiale con tutti i benefici annessi: acqua calda, riscaldamento, internet. Ma così non è. Preso dallo sconforto, c’è chi prova a cercare rassicurazioni, chi vuole sfogarsi perché “nel 2013 non è possibile” con il numero verde della società elettrica. Ma a rispondere è solo una voce metallica che dice: “Il servizio verrà riattivato entro le 14.45″. Nessuna possibilità di lamentela concessa.

Mancano ancora molte ore a quel confine tra modernità e tempi antichi, tra le comodità e  le usanze di una volta. E allora vale la pena provare a riscoprirle quelle usanze, a liberarsi dalla schiavitù di cellulari (quando termina la batteria è finita, punto), da interruttori a cui cocciutamente ci si dirige nonostante sia evidente che resteranno spenti. Cambiano le prospettive, il silenzio regna sovrano, il fuoco scalda quello che stufette elettriche e microonde lasciano freddo.

Neanche il tempo di abituarsi alla “nuova vita” ed ecco che dopo qualche ora il paese piano si riaccende insieme a pc, tv, forni perché il pranzo di Santo Stefano, anche se un po’ in ritardo, ora si può celebrare. E mentre c’è chi si interroga se si stava meglio prima o adesso, a me non resta che scrivere di questo Natale sospeso tra il buio e la luce.

La post-politica di Renzi

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Figlio degli anni Ottanta, del berlusconismo, di una società post-moderna e post-ideologica. È questo Matteo Renzi sociologicamente parlando, secondo Massimiliano Panarari, docente di Comunicazione politica all’Università di Modena e Reggio Emilia e autore del libro “L’egemonia sottoculturale”, che ha disegnato per Formiche.net l’immaginario renziano. Un mondo destinato a rivoluzionare l’immagine di sinistra che ci ha accompagnato fino ad oggi.

Professore, quanto vale l’abilità del comunicare di Renzi in questa imminente vittoria congressuale?
Vale moltissimo. Il personaggio Renzi è la figura del politico comunicatore per antonomasia, fin dal suo affacciarsi nell’agone politico. “Matteo” rappresenta nel Pd l’espressione più marcata della post-politica e della post-ideologia. Non si può pensarlo se non nell’Italia dopo gli anni Ottanta nella quale la crisi della credibilità della politica è accompagnata per un verso alla “performing society”, per l’altro alla personalizzazione e mediatizzazione di chi faceva e fa politica.

Nulla a che vedere con i vecchi segretari di Pci e Ds…
Renzi rappresenta una rottura molto significativa rispetto alle consuetudine e ai leader sia di tradizione comunista che democristiana. Il suo modello è rappresentato dai leader della “terza via” anglosassone come Bill Clinton e Tony Blair. Il modello di partito di Renzi che tutti attendiamo di vedere è irrimediabilmente diverso dalla sinistra fino ad oggi.

Molti in lui vedono tratti di destra infatti, berlusconiani. E’ così?
Penso che Renzi, come Grillo, non possa essere pensato senza la trasformazione della società prodotta dal berlusconismo, il suo lato più socio-culturale che politico. All’interno del programma di Renzi si ritrovano anche elementi di populismo e disintermediazione per la regola sempre più valida secondo cui nella politica post-moderna l’elettore vota qualcuno che vede come lui.

Gli elettori del Pd si rispecchiano in Renzi?
Renzi rispetto all’abito politico per cui diventerà segretario è diverso. Fino a Massimo D’Alema, per semplificare, l’elettore della sinistra italiana non si sentiva come il suo leader, in questo c’è un passaggio agevolato da Berlusconi: è stata esaudita la richiesta di un leader in cui l’elettore può rispecchiarsi. Ciò non è sempre vero ma è la dimensione cognitiva che conta. La caduta della mediazione rimanda alla crisi della mediazione di tutte le formazioni politiche, viene messa in discussione l’idea stessa di rappresentanza che ha il potere.

Renzi è anche molto pop. Nel format di questa campagna congressuale ha inserito i Simpson, Cetto Laqualunque, la musica di Bruno Mars. Qual è il suo immaginario?
E’ un immaginario generazionale, si iscrive nella sua età e in un’Italia successiva agli anni Ottanta. È un mondo molto in comune con Enrico Letta che non a caso si definisce “figlio degli anni ‘80”. Certo, in Renzi c’è stato un cambiamento del tipo di proposta politica che è andato verso la tradizione della sinistra per una questione di posizionamento per le primarie ma il riferimento è senza dubbio quello anglosassone degli ultimi due decenni.

La comunicazione è il punto forte di Renzi ma paradossalmente sembra anche il suo punto debole. Spesso viene accusato di essere “facilista” o “nientista”, direbbe Crozza…
La semplicità è la condizione necessaria per mettersi in sintonia con l’elettorato. L’arte della politica è quella di trovare risposte semplici a problemi complessi. Il punto è che in questo momento in Italia le risposte semplici non esistono, le ricette semplicistiche rischiano di essere scorciatoie cognitive. Anche in questo atteggiamento anti-intellettualistico si evince un tratto in comune, e discutibile per altro, con Berlusconi e Grillo.

Per i problemi complessi meglio un intellettuale come Gianni Cuperlo?
Cuperlo è sicuramente un intellettuale ma rifiuta la post-modernità. In questo è “nobilmente resistente” ma dovrebbe trovare il modo di stare nella post-modernità, magari in maniera critica. Si tratta di un processo di rielaborazione che richiede molto tempo. Sicuramente i due modelli messi in campo da Renzi e da Cuperlo sono fortemente diversi.

E quello di Pippo Civati a che punto sta?
L’orizzonte di sinistra di Civati è più movimentista e ha più tratti di post-modernità rispetto a quello di Cuperlo. E’ sicuramente più conciliabile con il centrosinistra di Renzi, ne rappresenta una perfetta ala sinistra.

Renzi e Proforma, quando nasce un amore

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Per “cambiare verso” all’Italia, Matteo Renzi ha scelto di cambiare verso anche alla sua comunicazione. Così, per le primarie che l’8 dicembre potrebbero, dovrebbero, eleggerlo nuovo segretario del Pd, si è affidato a Proforma.

L’agenzia di comunicazione barese che ha lavorato anche con Nichi Vendola e Mario Monti in questa nuova sfida è coadiuvata da Dotmedia, Paolo Barberis e Angelo Falchetti, oltre naturalmente allo staff del Sindaco.

Dopo un iniziale “silenzio stampa” per far parlare da sé la campagna, Giovanni Sasso, direttore creativo di Proforma, ha accettato di parlare con Formiche.net di ciò che è stata e ciò che sarà la nuova joint venture tra Bari e Firenze.

Ci può fare un primo bilancio della campagna? Sta andando come vi aspettavate? Qualche errore commesso?
Le buone campagne elettorali sono quelle che vincono. Difficile fare bilanci provvisori. Però la partecipazione, soprattutto sui social network, sta aumentando molto e ne siamo felici.

Come è venuta l’idea della campagna social con la personalizzazione dei manifesti?
A dirla tutta non è una novità. Anche nelle nostre precedenti campagne (ma non solo nelle nostre) c’erano elementi creati appositamente per aumentare la partecipazione e la “personalizzazione” del messaggio. È uno strumento che permette a tanti di suggerire un’idea, di dare uno spunto. E poi c’è l’innegabile deriva parodistica, anch’essa molto gradita.

Avevate messo in conto le tante ironie? Recenti campagne hanno dimostrato la “pericolosità” di Twitter…
Direi che non bisogna confondere un meccanismo come #morattiquotes, che prendeva in giro la Moratti dopo una sua evidente gaffe, con questo generatore che, come detto, ha tra i suoi scopi anche quello di regalare un sorriso.

C’è chi l’ha criticata perché troppo superficiale…
Una ragazza su Twitter ha detto testualmente: “Che tristi questi manifesti #cambiaverso, dove puoi scegliere addirittura il colore. La politica è una cosa seria e questi giochi qui fanno pena”. Secondo me cade in un grande equivoco. La politica è una cosa seria, certo, ma chi ha detto che debba essere una cosa triste? Credo che una delle migliori doti di Matteo Renzi sia l’autoironia. Per questo ha apprezzato questo “triste gioco”.

I manifesti creati vengono “moderati”?
Sono esclusi solo i manifesti palesemente volgari o che contengono ingiurie e offese.

Dobbiamo aspettarci molte sorprese nei giorni che restano fino all’8 dicembre? Ci può fare qualche anticipazione, magari su come sarà il tour di Renzi?
Dovete aspettarvi qualche sorpresa, ma se le anticipassi, che sorprese sarebbero?

E’ difficile per voi gestire il noto “decisionismo” renziano?
Un leader, ho detto leader, sì, non è una parolaccia, deve avere, tra le altre, due doti. Saper ascoltare e saper decidere. Matteo Renzi ha entrambe queste doti che non sono in contraddizione. Ascolta, sempre, interagisce e poi decide, di solito rapidamente. Meglio di così…

Lo state allenando al confronto tv del 29 novembre su Sky o in quel caso “vincerà facile”?
Chi pensa che Matteo si faccia “allenare” da qualcuno, soprattutto in un confronto vis à vis, o che si faccia scrivere i discorsi, lo conosce poco. Da “esperto” di comunicazione, direi comunque che non ne ha bisogno.

Si sente di dare un voto alle campagne degli altri sfidanti di “Matteo”?
È una cosa che non mi piace fare, soprattutto se sono in competizione con loro. E poi non conosco i brief, rischierei di banalizzare il lavoro di colleghi bravi e qualificati.